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Domani è un'altra notte
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Predefinito Domani è un'altra notte - 29-07-2010, 11:36

Domani è un'altra notte


E non c'è più nient'altro
Nient'altro da capire
E sono tutte qui
Le cose che ho da dire.
Riccardo Cocciante, Inverno


Le estati ligustiche, in queste sere languide e melanconiche, sprigionano un fascino tanto sottile quanto potente. Alcuni, stranieri, passano di qui per caso e ne risentono solo un'emozione indistinta, il turbamento di un istante. Ad altri viaggiatori, invece, questa magia svela misconosciuti palpiti, dischiude orizzonti interiori: li seduce, li intrappola, li fa tornare di anno in anno, puntuali e proni al volgere delle stagioni. Ma noi, amico mio, noi siamo della schiera di coloro che, fin dalla nascita, portano le stigmate di quest'incanto nel sangue e nel cuore.
Passassero cent'anni e ti stregassero mille paesaggi diversi, anche il tuo cuore riconoscerebbe all'istante quel chiarore terso e morbido che si attarda sui cieli della Riviera; e il nostro sangue sa cantarlo come nessuna penna saprebbe descriverlo. Anche tu, infinite volte, hai ammirato lo spettacolo che esso offre, con finta noncuranza, alla più fuggevole delle occhiate; e tosto ti sei trovato lo sguardo ebbro, rapito dalla vastissima, delicata fantasmagoria di azzurri: un'armonia cangiante di tinte pastello che corre lungo tutto l'arco del cielo, quasi a comporre una cupola gigantesca, opalescente alla base, lungo tutto l'orizzonte, cilestrina sopra di te, calotta e chiave di volta. Stordito dalla sua vastità, dalla sua potenza palese e recondita, anche tu ti sei abbandonato a quest'abbraccio di colori sereni, che imbruniscono a poco a poco; a questo crepuscolo che si protrae per ore intere, alla luce soffusa che divaga ogni contorno; alla notte che sopraggiunge in punta di piedi, come se il giorno morente volesse farsi perdonare la tirannia sfolgorante del meriggio, la cruda violenza di quei raggi a perpendicolo, e tergere dagli occhi l'affanno, fors'anche la memoria, dei colori troppo vividi, dei contrasti troppo netti, delle ombre tagliate con l'accetta. E il Mare, che, in tanti nostri pomeriggi di afa, assume le sembianze e lo sfolgorìo di un cristallo durissimo, smisurato, che ti abbacina con mille saette dorate, ha accarezzato anche la tua vista - anche la tua anima - improvvisamente tramutato in una trama sconfinata di sfumature azzurro-grigie: increspature minime, scolpite dalla luce radente in una distesa placida e, nello stesso tempo, plastica. Così, ciascuno di noi finisce sempre per smarrirsi nel mutevole contrappunto cromatico che s'intesse tra Cielo e Mare, promessa di refrigerio al corpo, di sonno all'occhio, di pace allo spirito.
Amico mio, tu, che questa meraviglia rechi impressa nel cuore e nel sangue quanto me, forse capirai perché io faccia di tutto per non vederla, perché, a dispetto del caldo, le mie serrande restino abbassate, chiuse le finestre.
Puoi capire – forse puoi capire – fino a che punto io sia giunto a odiare questo spettacolo; a disprezzarne le promesse, vane; a temere la sua malìa.
Dopotutto, nessun altro conosce la mia condizione; a parte te, non esiste anima viva che possa anche soltanto immaginare quali fiamme mi consumino in segreto, fiamme che neanche la più dolce frescura serale potrebbe mai smorzare. Tu solo sai per quale ragione il sonno fugga dai miei occhi e il mio spirito non trovi pace. Eppure, credo che neppure a te riesca di figurarti la sofferenza di questo rimuginare incessante, notte dopo notte: una tregenda di pensieri ed emozioni di cui, carissimo, tu sai tutto, ma non capisci niente.
Per tua fortuna, forse; di certo per mia disgrazia e condanna.
In altri tempi, in altri casi, sarei uscito di qui, mi sarei seduto sulla battigia ad ascoltare il murmure pacato del Mare, sentendo oscuramente di apprenderne una saggezza arcana. A mille mie pene segrete ha offerto voce il fragore delle mareggiate, diecimila ne ha lenite l'onda carezzevole della sera; e non passa giorno senza che l'odor della salsedine mi riempia le nari come una speranza, una promessa di libertà.
Ma non questa volta. Non quando so che ogni libertà è impossibile ed è sfumata qualsiasi speranza. Non quando la malinconia mi stringe d'assedio, mi serra l'anima come una camicia di forza. Non mentre stringo i denti per tenere a bada emozioni, ricordi, dolore, e la testa mi dice che lottare non ha più alcun senso. (Se mai ne ha avuto).
L'incantesimo della malinconia, l'incantesimo di queste serate, potrebbe scardinare tutte le mie serrature mentali. Potrebbe distruggermi, perfino uccidermi. Oppure trasformarmi nell'intimo. Umiliarmi e sconvolgermi.
In breve, ha su di me lo stesso potere che detieni tu. E ne odio, ne bandisco la bellezza, l'immensità, perfino l'effetto rasserenante, con la stessa intensità con cui, in te, li odio... e li bramo.
Perché tu sei tutto ciò che io non sarò mai.
Non conserverei un singolo aspetto di me stesso - cultura, sensibilità, ricordi, personalità – se mai qualcuno mi offrisse la possibilità di trasformarmi in te. Neanche uno dei tuoi mille problemi e diecimila difetti mi farebbe esitare un singolo istante.
Per questo, per questo soprattutto, ti odio.
Maledetto.
Tu sei il punto cieco del mio controllo, la faglia che minaccia il mio mondo, la folgore da cui non c'è riparo.
Sei l'amico più caro, forse il solo che mi sia rimasto; le mie giornate restano gusci vuoti, se non arrivi tu a riempirle delle tue nuvole, del tuo sole. Rimarrei a macerarmi in un grigiore disperato, se le nostre conversazioni, la serenità che sa infondermi la tua presenza, i progetti, le confidenze e gli scherzi... insomma, se la tua amicizia non mi facesse, essa sola, sentire vivo.
Ma sei pure l'amico di cui ho avuto la disgrazia di innamorarmi. Proprio tu, così irrimediabilmente cieco all'intensità di quel che provo, sei l'occhio di codesto mio ciclone emotivo: il rosso del cuore che si dilata, sorpreso da una gioia mai provata e mai attesa; il viola delle palpitazioni sole e angosciate; il verde pallido dei conati di rabbia, rigetto, ribellione; e sullo sfondo, mai vicino mai lontano, il nero, sempre il nero.
Perché, come tu sai tutto dei miei sentimenti, così io so perfettamente che tu non potrai mai ricambiarli.
E vorrei tanto che fosse solo una questione di sesso. Vorrei davvero che il sabba quotidiano dei miei pensieri potesse finire in gloria, con una di quelle seghe micidiali che ti lasciano a boccheggiare per mezz'ora. Peccato che il mio cervello stronchi sul nascere qualsiasi fantasia erotica sul tuo conto e che i surrogati, appunto perché tali, mi riescano quanto mai inappaganti.
Mi sa che sono un tipo fin troppo realista.

Fuori di questa camera della tortura, la notte è ormai calata. Adesso potrei aprire e sperare in un po' di fresco; o magari concedermi una bella doccia gelata, per lavarmi via dalla pelle quella dannata sensazione di untume appiccicoso – lépego, l'ha battezzata il dialetto, icastico come sempre.
Ma proprio nelle ore di buio sono all'acme i miei sforzi di non pensarti, o almeno di non odiarti, e insieme è più acuta la coscienza della loro futilità.
Vedi, anche quando mi sono scoperto innamorato di te, ho continuato a credermi – a volermi credere - invulnerabile. Dopotutto, ho trascorso tutta la vita a imbrigliar le emozioni, ad acquisire controllo sui sentimenti, a mantener l'intelletto sempre lucido, o almeno pronto a riacquistar subito lucidità. Perché della mia vita decidesse la testa a ragion veduta, non il cuore e tantomeno il cazzo.
Sì, mi dicevo, ritrovarsi innamorati è una gran seccatura, rende un po' troppo vulnerabili. Ma non indifesi.
Se temi che qualcuno usi i tuoi sentimenti per ferirti - per umiliarti, annientarti o dominarti - coltiva la lucidità, coltiva l'odio. Studia strategie ed appresta armi. Impara a conoscere i suoi punti deboli e allena la forza che ti servirà per colpirli. Tienilo a distanza, mettilo sempre a disagio, almeno un po': quanto basta perché capisca che, all'occorrenza, sarai pronto a reagire.
Ma poi ho scoperto il mio desiderio di compiacerti; anzi, vi ho cozzato contro. E' stato – tu forse l'hai capito - il più violento dei cozzi rivelatori. Ho impiegato giorni interi per decifrar contorni ed estensione di un sentimento svelatosi in un solo, tremendo istante; ora, sto impiegando una serie interminabile di notti e di angosce per arrendermi alle tragiche conclusioni del mio intelletto.
Io desidero fare quello che vuoi tu, piaccia o no a me. Desiderio comune anche tra semplici amici, mi son detto (o voluto dire). Desiderio perfettamente controllabile, perfino nel mio caso di innamorato... O almeno così credevo, finché non l'ho visto scatenarsi senza il minimo preavviso, senza causa apparente, così forte che ha preso il sopravvento all'istante. E mi ha accecato al punto che proprio non mi sono reso conto che ciò che mi spingeva a fare non ti sarebbe piaciuto affatto. (E con ragione, anzi, con tutte le ragioni).
Di colpo, eccomi alle prese con una minaccia imprevedibile, che può eludere tutto il mio sofisticato apparato difensivo e farlo saltare in un colpo solo, in un singolo istante. Una minaccia contro cui non è neppur pensabile allestire difese di nuova concezione, poiché essa non proviene dall'esterno.
Eccomi ridotto a non potermi fidare neppure di me stesso. O meglio: soprattutto, non di me stesso.
Casomai non fosse chiaro: sono terrorizzato.
Mi ritrovo intrappolato in una gabbia di sentimenti indesiderati e, notte dopo notte, sto qui a rodermi, a mordere le sue sbarre.
Il mio odio non è mai stato tanto inutile, ma forse proprio per questo brucia con un'intensità acre, disperata, che ancora non gli conoscevo.
Dimmi, cosa sei tu, maledetto? La chiave? La serratura? O soltanto l'occasione che mi ha rinchiuso qui?
Sei la mia speranza, sei una semplice chimera... o sei la mia dannazione?
Mi distruggerai o mi fornirai, Dio sa come, la forza che non conosco, che mi è sempre mancata? O forse mi svelerai un nuovo modo di vivere, senza il bisogni di castelli emotivi e fortificazioni arcigne che proteggano il cuore?
Così tanti dubbi, un groviglio di trilemmi insolubili; eppure proprio tu sei la mia unica certezza. Negativa, innanzitutto: di sicuro non sei né un dato dell'intelletto, che analizzerei con tutto comodo nel mio laboratorio virtuale, né un quantum emotivo sottoposto a misurazione e controllo.
Sei la paura dell'ignoto e la dolce sicurezza dell'amicizia. Sei il bagliore della minaccia e il chiarore della fiducia.
Sei la grandezza incommensurabile, la sfida dell'incomprensibile, la forza irresistibile.
Sei il simile che non ho, l'Altro che mai sedurrò.

Oh, quanto sarebbe facile, per me, celarti almeno un po' la nudità del cuore, rivestirla di "panni regali e curiali"! Se dessi ascolto a me stesso, fuggirei queste linee di pensiero troppo schiette e ritroverei il mio rifugio consueto, la serenità dello studio. Senza troppa fatica, comporrei poesie o saggi letterari. Prendi i frammenti di Saffo, per esempio. Anche a distanza di tanti anni, la mia memoria riesce a rievocarli con precisione, a suggerirmi mille percorsi di ricerca: dalla tecnica, modernissima e discreta, con cui la poetessa esprime le emozioni alle peculiarità del dialetto eolico; dai raffronti con le similitudini omeriche all'amore impossibile cantato da Leopardi ne L'ultimo canto di Saffo. Quivi ritrovo me stesso, scopro che potrei sfruttare altrimenti tanta congerie di suggestioni: condensarla in un componimento allusivo, cifrato, quasi esoterico, ma godibile anche per il lettore non iniziato. "Tra l'oracolo del torrido Giove e la venerabile tomba dell'antico Batto", da Callimaco fino a Kavafis - magari con un pensierino per Ungaretti - alessandrina è la mia scuola di elezione.
Perché, dunque, non mi perdo a cantar la magia dei tuoi occhi, l'incanto che sprigiona il tuo corpo, scultura del Canova, impareggiabile, così bella che lo stesso Creatore del Bello si è sentito quasi costretto a infonderle un'anima?
Al di là delle metafore, degli spunti letterari e perfino del sentimento, darei vita ad un canto menzognero: una mezza verità è una menzogna completa, se occulta qualcosa di essenziale. E nulla tu verresti a sapere della mia amarezza, del disgusto e dello schifo, di quest'erotismo sfilacciato e svogliato; aspetti essenziali per me, nel momento in cui posso almeno sperare che, sapendone qualcosa, ci stia un po' male anche tu.
Così, mio caro, interesserò odio e passione in enigmi che te li renderanno più sopportabili, più inquietanti: fantasia erotica, flusso di coscienza; finzioni che raccontano frammenti di verità. Ricomporre l'intero, decifrare il non detto, leggere gli indizi: questa, amico carissimo, la sfida che ti lascio, il mio piccolo controgambetto alla cieca... o, se vuoi, alla disperata.
Ricorda: anche quando non conosco più le regole, anche con le spalle al muro, e perfino se non so più chi stia giocando contro chi – ebbene, io gioco sempre le mie partite fino in fondo.
E a modo mio.

Riaffiora, con l'intensità e la precisione dei ricordi dolorosi, il tuo corpo di adesso e di allora. Ti rivedo, perfetto come sempre, vicino alla battigia, disteso a rifinire un'abbronzatura già impeccabile; scorgo il languore brunito delle membra che si staglia contro la sabbia candida; risento un mormorio ipnotico, forse la voce delle onde. O forse il mio sangue che comincia a ribollire.
Davanti ai miei occhi, il rosa scuro dei tuoi capezzoli: così seducente sul petto scultoreo, abbronzato, pressoché glabro; invito e tortura per la mia bocca riarsa; delizia inavvicinabile, da cui non riesco a distogliere lo sguardo.
Muovo le labbra, proseguo in automatico una qualsiasi conversazione da spiaggia, pigra e sonnacchiosa; d'un tratto, non potrei reggere nulla di più impegnativo, ho la testa ingolfata di immagini erotiche. Vedo la mia bocca intenta a stuzzicarti, a imprimerti baci umidi o succhiotti tra le clavicole; sento il sapore salato del tuo sudore, i tuoi brividi quando ti alito sui peli del petto appena lambiti, i capezzoli, Dio! quel rosa, quel rosa soprattutto, da succhiare, torcere, mordicchiare...
Di colpo, alzi gli occhi e mi fissi. Senz'altro ho dipinta in viso un'espressione assai eloquente... e tu, per giunta, sai molto bene di piacermi.
Tutto resta sospeso per un istante cruciale in cui l'imbarazzo si apre la strada attraverso la mia trance erotica e tu decidi come reagire. Poi, quasi prima che possa cominciare a preoccuparmi, le tue labbra si increspano in un sorrisetto ambiguo.
Ma la luce nei tuoi occhi me ne svela il senso. E me lo fa diventare duro all'istante.
Si tratta di quel sorrisetto. Sicuro di un'eterosessualità adamantina, stuzzicato e vagamente divertito dal mio desiderio, certissimo che lasciarmi giocare un po' non avrebbe nessuna conseguenza.
Le mie porcate migliori sono cominciate con sorrisetti di questo tipo. Così, come per gioco...
Nei miei occhi affiora una luce scherzosa di cui tu ignori il pericolo. E, scanzonato, rompi il silenzio: "A cosa stai pensando, con quell'aria da porco?".
Esordio stuzzicante: assumo un tono basso, di complicità. "Oh, a tante cose... ho una fantasia molto fervida, lo sai.".
"Che porco che sei". Si è abbassata anche la tua voce; mantengo un fare indifferente, ma lascio che nella mia si insinui una lieve sfumatura roca.
"Sì, per esempio, sai, con questo caldo, ho pensato che potrei rinfrescarti un po'... con la lingua.".
Inarchi le sopracciglia, divertito.
"Mi basta leccarti un po' nei punti giusti, soffiare appena appena... e sentirai che brividi!".
L'idea ti colpisce: come d'istinto, ti guardi intorno... e vedi che siamo completamente soli. Sto attento a non accentuare il sorriso.
"E poi, sei così sudato... potrei leccarti via il sudore".
Automaticamente, ti passi una mano alla base del collo.
"Sì, proprio lì". Tanto per cominciare, beninteso.
Mi fissi, gli occhi leggermente sgranati: hai capito che faccio sul serio. Adesso è il momento di rassicurarti.
"Non ti chiederò proprio nulla in cambio".
Se mi riuscisse di sedurti, sarebbe la tua prima volta in assoluto. Naturale che i ruoli passivi ti spaventino. Ma avverto anche la tua curiosità, il desiderio di fare qualcosa di nuovo, di sottilmente proibito, però, nello stesso tempo, apparentemente innocuo... Così, ho scelto una frase volutamente ambigua: puoi intendere che non ti chiederò nessun genere di prestazioni, o solo quelle a te non gradite. Tanto, che m'importa? Farò in modo che sia tu a chiedere.
Ti rilassi visibilmente e intuisco di aver vinto; esiti ancora un momento, come per convincerti del tutto, poi mi rivolgi uno sguardo sicuro, privo di malizia o di sottintesi: "Va bene".
Siamo già vicini, l'uno di fronte all'altro, distesi su un fianco e appoggiati sul gomito, quindi sto attento ad accostare solo la testa: non esageriamo con il contatto fisico, non adesso che c'è da rompere il ghiaccio. Cautela, anche con quel tuo collo delizioso: niente morsi, niente baci, niente succhiotti.
Ti scosto leggermente i capelli, per lambirti la base del collo vicino alla nuca. Basta il primo tocco di lingua – quasi un semplice assaggio – perché tu abbia un sussulto: sorpresa, o qualcosa di più? Lecco una piccola area, avanti e indietro; espiro, in un soffio leggero, prolungato, e ti regalo il primo brivido.
Esali un sospiro soddisfatto e reclini il capo all'indietro. Molto bene.
Avanzo verso la gola, leccando, con lenti moti circolari, questa pelle calda e salata, su cui scateno nuovi brividi. Adesso applico pure le labbra: appena un accenno di succhiotto, ma basta a far tremare anche me.
La tua carotide pulsa veloce sotto la mia bocca.
Un paio di bacetti innocui alla base della gola – giusto per abituarti all'idea - e passo al lato destro del collo: prima mi muovo verso la nuca, poi torno in avanti. Resisto all'impulso di morderti e ti attiro a me con un braccio. Ti sei rilassato un po' troppo: il gomito ti cede. Ma non ti lascio cadere, quasi non lascio neanche che ti spaventi (è l'ultima cosa che mi potrei permettere, in questo momento): ti sorreggo e accompagno, con dolcezza, in posizione supina.
Tengo a freno l'istinto: non ti salto addosso. Soltanto, sposto la bocca sul petto: turgido e sodo come sognavo, mi fa venire un vuoto allo stomaco e l'acquolina in bocca. Saprei ben io dove morderti, dove palparti, come stimolarti i punti sensibili fino a farti urlare... ma non ora, non ora; adesso ho questo leggero velo di traspirazione su cui concentrarmi.
Lingua al centro, dunque, tra quei peletti radi che trovo così eccitanti: inumiditi, scintillano e la pelle d'oca li fa rizzare.
Giustappunto. Come ti va in mezzo alle gambe, amico? Non è ancora tempo di scoprirlo.
Ora, la mammella destra, una collinetta di puro muscolo su cui posso stampar succhiotti un po' più decisi. Il tuo respiro si fa affannato e cominci a mugolare quando, finalmente, raggiungo il capezzolo. Lo prendo tra le labbra, lo torturo un po', dardeggiando la lingua.
Ci siamo quasi, devo solo scaldarti ancora un pochetto.
Mi sposto verso l'altra tetta, risalgo verso la clavicola e la mordicchio. Ottengo, inatteso, il tuo primo gemito. Ansimo e mi concentro sulle sensazioni immediate. La tua pelle sempre più calda. Il sudore che io sto facendo sgorgare. I segni rossi che ti lascio.
Adesso incido lievi tracce di denti, in archi sempre più stretti, sempre più vicini al capezzolo. Stavolta lo torco tra le labbra, lo mordicchio con gli incisivi.
Sento i miei mugolii rispondere ai tuoi; i nostri corpi sono pronti.
Ma voglio che il tuo alla prima volta – a questa prima volta – sia qualcosa di più del semplice trasporto passionale; voglio che tu desideri me e scelga me.
Ho fame del tuo desiderio, l'ho sognato troppo a lungo.
Risalgo verso la gola, tracciando una fila di bacetti leggeri; valico il mento e ti guardo negli occhi, mentre ti accarezzo la fronte.
Le nostre pupille ardono dell'identico fuoco, della stessa consapevolezza.
Tu vuoi quello che voglio io, sei determinato quanto me.
Non c'è tempo per stupirsi, non c'è fiato da sprecare in parole: tu, proprio tu, mi attiri verso le tue labbra già socchiuse.
Non potrei resisterti, neanche se lo volessi.
Sono sopra di te, ti insinuo – dolcemente - la lingua in bocca; rabbrividisco, perché i nostri pacchi si sono sfiorati. Comincio a strusciarmi su di te, mugolo in tutti i toni, mentre le nostre lingue si intrecciano. Leggo negli occhi l'intensità della tua voglia e mi gira la testa.
Con una lentezza che promette piaceri maggiori, stacco le labbra dalle tue, riprendo fiato un istante e mi tuffo di nuovo verso il petto; ma stavolta sono baci duri, a schiocco, e morsi profondi. Adesso il gioco si fa duro. Duro come il cazzo che sento premere contro il mio.
Scivolo più in basso, lecco i muscoli tesi dello stomaco. Ti voglio teso solo laggiù; voglio che il cazzo diventi il fulcro del tuo universo, l'occhio del ciclone, l'epicentro del terremoto che sto preparando.
Con la lingua e con i denti, ti stuzzico gli addominali, intanto che le mie mani palpano i muscoli delle tue cosce, li fanno guizzare e irrigidire via via che salgono. Mi sazio della tua bellezza dura e levigata, la sento diventar frenesia fremente, la plasmo ai palpiti della mia lussuria.
E avverto la tempesta, il delizioso sgomento, l'ingorgo di sensazioni nuove, la resa del tuo cervello a piaceri senza nome, senza termini di paragone.
Presto, quasi troppo presto per me, non ne puoi più. "Ti prego...".
Mi sollevo sui gomiti, interrompo ogni contatto: non perdere il controllo proprio ora, piccolo mio, il momento del piacere vero deve ancora arrivare. "Chiedimi quello che vuoi e te lo darò".
Arrossisci e ti morsichi l'interno di una guancia – e mi fai sentire deliziosamente perverso! - ma la libidine, ormai scatenata, è più forte di qualsiasi imbarazzo: "Ti prego... per favore...". Abbassi la voce e mi guardi dritto negli occhi. "Succhiamelo".
Sorrido. "Non vedevo l'ora che me lo chiedessi!". E torno a baciarti, mentre le mie dita carezzano la pelle sensibile del tuo interno coscia. La bocca si attarda sul petto, a stimolar di nuovo i capezzoli, in attesa che le mani risalgano gli ultimi, decisivi centimetri e si chiudano a coppa sul pacco. Mugoliamo famelici: ce l'hai così duro che riesce a farmi impressione perfino attraverso la stoffa.
E lo voglio. Tutto.
Mio.
Ti strappo il costume di dosso e resto, come inebetito, a contemplare la meraviglia che si offre ai miei sguardi: la lunga asta che pulsa di sangue e di voglia, il glande già scoperto e inumidito, il bacino che si inarca verso di me nello spasmo del bisogno.
Ti tocco come mai ti sei fatto toccare: accarezzo le tue palle, prendo il cazzo tra due dita, sfiorandolo appena, e giocherello col prepuzio. No, non c'è verso di ricoprire quest'erezione.
Stacco la mano e ti fisso negli occhi. Ogni traccia di imbarazzo è scomparsa, resta soltanto il desiderio trepidante di godere, godere più che puoi, godere prima di subito.
Ti bacio un'altra volta. Mugoli, le tue unghie si piantano nella mia schiena: mi scosti a forza e premi sulle spalle, mi spingi verso il basso.
Spiacente, ragazzo mio: stabilisco io i tempi.
Chiudo le dita intorno al tuo cazzo e comincio a muovere la mano: presa leggera, movimento languido. Il genere di sega che non ti sei fatto mai, ci potrei giurare.
E infatti sgrani gli occhi, ti irrigidisci di colpo, sbalordito da sensazioni inedite, intense, su un terreno che credevi tanto familiare.
Ma finalmente ti sto insegnando come si gode.
E ho appena cominciato.
Porto la mia bocca all'altezza giusta, nella posizione che ti ho fatto sospirare. Esitando un po', mi infili una mano nei capelli. Mi piace che tu abbia paura di contrariarmi, che trepidi al pensiero di quello che sto per farti, ma non ti preoccupare: so come cavarmela... e lo voglio anch'io. Forse ancor più di te. Anelo a perdermi nel tuo corpo, nel gusto del tuo desiderio, negli spasmi, negli ansiti e nei sussulti, nei gesti con cui evocherò la tua passione. Nel bisogno che hai di me.
Dischiudo le labbra. Comincio a lambire l'asta e a risalirla lentamente, tra i tuoi ansiti sbalorditi.
Raggiungo la punta, la avvolgo con la lingua; registro a stento i tuoi sussulti, il mio controllo è al limite. Ti stuzzico il frenulo per un momento, poi mi passo sulle labbra il glande, tanto morbido e vellutato; ma sono preliminari frenetici, quasi violenti: la fame di cazzo mi cresce dentro.
Abbasso la testa, ti prendo il glande in bocca. Mi fermo un istante ad assaporarne la consistenza, quindi succhio.
Sobbalzi come se avessi ricevuto una scossa da diecimila volt.
A bocca finalmente piena, riguadagno il controllo e stabilisco il ritmo. Abbasso la testa mentre succhio di nuovo; peccato che non entri tutto, questo ben di Dio.
Una dozzina di colpi e sento che cominci ad abituarti alle sensazioni.
Stabilisco un ritmo normale (Giù la testa e succhia, poi su piano e da capo). Mi gusto il tuo bacino che si contorce, l'urgenza dei tuoi muscoli guizzanti, dolci prede sotto le dita.
Hai appena cominciato a goderti davvero questo pompino e già, d'istinto, vorresti concludere. Ragazzino, ancora cerchi l'orgasmo facile? Hai sbagliato indirizzo: qui si scala l'Everest.
Ti blocco i fianchi con le mani e rallento il ritmo; ma al tuo grugnito insoddisfatto fa subito eco il mio.
"Di più...", riesci a dirmi in un ansito.
Bene, cambiamo sistema: invece di muovere la testa su e giù, provo a ruotarla, da una parte e dall'altra.
"Uuh... Sì!". Aggiungerei anche un tocco di lingua, proprio in punta, ma non voglio correre troppo; dopotutto, intendevo tenerti a freno... vero?
Ah, ma chi terrà a freno me?
Se non bastasse il tuo corpo a mettermi in fregola, se non bastassero i tuoi mugolii, adesso li inframmezzi anche con qualche parola spezzata. Ah, la carica erotica delle voci veramente eccitate!
Porcellino... porcellino dolce...
"Ah... Sì, dai... anf... puff... Sì, così... amore...".
Di colpo, voglio farti impazzire, subito. A tutti i costi, devo portarti alle grida incoerenti, alle vocali strozzate del delirio erotico; l'idea mi sentirle fa già impazzire me, perfino più del tuo orgasmo.
Voglio divorarti; affondo la bocca, per ingoiare a fondo, per spremerti tutto. Succhio più forte, non importa se i muscoli della gola cominciano a far male.
Sussulti; ma le mie mani continuano a tenerti fermi i fianchi.
"Puttana... succhia. Succhia e ingoia tutto.".
Ti senti forte, ragazzino, ti senti grande? Ti credi un duro perché non l'hai mai avuto così duro? Non sai se stai per morire o per toccare il cielo con un dito? Che ti credi, che sia merito tuo? Ha! Tu sei solo la materia prima che sto lavorando. Sei il bel pezzo di carne che faccio contorcere all'amo, il cazzo che ormai mi riempie tutta la bocca... e i suoni di contorno.
Io sono la forza. Io sono la potenza.
Io sono il piacere che vuoi. Qui e ora, finché ho il tuo cazzo in bocca, potrei chiederti qualunque cosa. Finché ti spompino, tu sei mio; sei il mio schiavetto adorante. E io, per te, sono Dio; e anche Qualcosa di più.
"Puttana", bimbo bello, è il titolo con cui mi veneri.
Succhio frenetico, a idrovora; poi mi blocco di colpo, alzo gli occhi a sfidarti. No, caro, è inutile che provi di nuovo a spingere con le mani.
"Ti prego...". Hai la voce rotta, quasi stessi per piangere.
Un sorriso freddo: ancora un istante sulla graticola, amore. Ecco, adesso ricomincio. Di nuovo su e giù, a ritmo sostenuto, ma non frenetico.
Un sospiro di sollievo, quasi un rantolo, e ti abbandoni completamente.
Adesso cominciamo la galoppata finale, la volata verso la vetta dell'Everest.
Non immaginavi che il cazzo potesse diventarti così grosso, con un bel pompino, vero?
Lo cingo alla base tra pollice e indice, voglio sentirne tutta la durezza, stimolarlo anche là dove la bocca non arriva. Sincronizzo mano e bocca, ti stringo il cazzo come se volessi stritolarlo.
Un gemito un po' più acuto, di sorpresa; poi cali verso toni bassi, rochi. I tuoi fianchi tremano sotto le mie dita: è piacere puro, non cerchi affatto di muoverli, l'estasi ha sopraffatto perfino l'istinto.
La mia testa è un caleidoscopio di impressioni vivide, ardenti: il tuo cazzo turgido in bocca, sotto le dita; la carne sudata percorsa da spasmi elettrici; i respiri spezzati, i mugolii fusi in uno stesso piacere.
Sento le tue cosce contrarsi, il bacino che non sa se infossarsi o inarcarsi, l'ultimo rantolo strozzato: ora ti riesce appena di respirare.
Ti artiglio i fianchi come per sollevarli e tu rispondi con tutto il corpo: ossa muscoli tendini pelle cazzo, un unico arco in preda a spasmi d'agonia.
Affondo la bocca più di quanto credessi possibile.
Finalmente, la contrazione profonda, viscerale, possente: il tuo cazzo mi esplode in bocca. Schizzo dopo schizzo, succhio frenetico e ingoio, al diavolo tutto, al diavolo il tuo corpo fuori controllo, sborra, continua a sborrare, scopami, scopami, non smettere mai... mai...

Il mio respiro comincia a rallentare; sento le ultime gocce di sborra che mi scivolano tra le dita.
Il mio primo pensiero coerente è che sto da schifo.
Lo squallore dell'ambiente, lo squallore della situazione!
La stanza è immersa in un chiarore livido, che filtra dalle serrande. Una luce che sporca, più che illuminare.
Esattamente come mi sento sporco io.
Anche le chiazze che già cominciano a rapprendersi sul mio addome, addirittura sul petto, sembrano dell'identica tonalità. Ne porto un poco alle labbra, vuoi per abitudine, vuoi nella speranza di avvertire un ultimo brivido di piacere. Inutile: il gusto del proprio sperma non è mai ricco quanto l'altrui... o quanto quello immaginario.
E poi, credo di aver esaurito ogni minimo barlume di carica erotica, con queste tre seghe in rapida successione. Almeno mi sentissi soddisfatto.
Ma come potrei?
Come può soddisfarmi una fantasia che – perfino durante l'orgasmo – so perfettamente essere irrealizzabile?
Come posso non sentirmi un fallito totale, a lavorar di mano in queste condizioni?
A non poterne fare a meno?
Sono spossato, ho la gola stretta dalla nausea e dalla voglia di piangere. Ma, anche se avessi la forza di versare una singola lacrima, o qualcosa nello stomaco da vomitare, il disgusto che provo verso me stesso resterebbe intatto e del tutto inalterato.
Forse, tra un momento, costringerò il mio corpo ad alzarsi e laverò via i rimasugli di questi miei fallimenti notturni.
Rimpiango il tempo in cui sapevo far godere me stesso quanto ho appena sognato di far godere te. Quando la ragione non si intrometteva mai nel mio delirio erotico, se non per suggerire nuove curiosità, nuovi espedienti, arricchire la fantasia.
Rimpiango gli anni trascorsi a rimpiangere il più grande stronzo che abbia mai incontrato e le mille volte in cui la semplice attesa – o il semplice ricordo – di una visita troppo rara è bastata a farmi schizzare l'eccitazione alle stelle... e lo sperma sul soffitto.
Rimpiango perfino l'alibi rassicurante della pornografia, la normalità viscida del consumatore di materiale per seghe, quella che mi è sempre sembrata una sborrata su ordinazione.
Al punto in cui sono, potrei andare a puttane - non importa di quale sesso – o potrei fare la puttana. In entrambi i casi, non me ne importerebbe niente, non proverei niente. Sarei un corpo che agisce e reagisce: nient'altro.
A questo mi sono ridotto. E, per quanto la testa mi dica che è un pensiero assurdo, non posso fare a meno di ripetermi: a questo mi hai ridotto tu.
Ah! Se ti odiassi solo la metà di quanto odio me stesso, ti avrei già stuprato, per farti a pezzi subito dopo. Se nutrissi per te anche soltanto un'ombra del disprezzo che riserbo a me stesso, non ti noterei neanche di striscio: potrei imbattermi nel tuo cadavere, calpestarlo come se neanche esistesse e lasciarlo lì: che marcisca pure o che se lo magino i vermi!
Chiudo gli occhi. Là fuori si è fatto giorno, riprendono ad echeggiare i rumori della vita; ma io sto per crollare.
Dormirò per la maggior parte della giornata; ma che importa? Il mio tempo è inutile, i miei giorni vanno sprecati comunque. E le notti... le notti...
Notte dopo notte, amico mio, sto andando in pezzi. E ancora non scorgo neppure il fondo di quest'abisso. Mi aggrappo ad una speranza soltanto: capire, finalmente, se tu sia il martello che mi sta impartendo il colpo di grazia, o l'attaccatutto da quattro soldi che tiene ancora incollati i miei cocci... o se, per qualche miracolo, tu mi stia guidando al di là di quest'apocalisse interiore, verso una rinascita che riesco a malapena a concepire.
"E prego anch'io nel mio porto quiete".
Ma, da tanto, da troppo tempo, non riesco più ad immaginare resurrezioni di sorta: neppure la più modesta, neanche una vita appena normale. Forse ho smesso di crederci, forse non ci ho creduto mai; forse, se risolvessi questi dubbi lancinanti, se trovassi il bandolo delle mie matasse emotive, o almeno mi rassegnassi alla sua inesistenza, ritroverei la capacità di sognare, la voglia di fare progetti...
(Forse, se stringessi finalmente le mani intorno alla tua gola, se spegnessi, una buona volta, la luce di quei tuoi stramaledetti occhi stregati...!).
Immerso nei relitti di un'esistenza che ha fatto naufragio da anni, non so se a farmi tirare avanti sia il mero istinto di sopravvivenza o un'incongrua ostinazione da eroe tragico.
Almeno, gli eroi tragici muoiono. Io non trovo neppure il coraggio di ammazzarmi. Un po' perché mi spaventa perfino quell'attimo di sofferenza finale; parecchio perché, con la fortuna che ho, se anche Dio e l'Inferno non esistessero, la mia mente sarebbe capacissima di crearmi una bella bolgia su misura, personalizzata in ogni peggior dettaglio.
Il Demonio saresti senz'altro tu.
Non posso né svanire né dissolvermi; un nuovo inizio – devo proprio dirlo? - mi sembra del tutto inutile, una velleità condannata in partenza, comunque uno spreco di energie (che non ho). E' una possibilità teorica, ma non lo desidero affatto: io vorrei soltanto smettere di soffrire, mi basterebbe questo.
Ma desiderare non è credere. E non è neppure sperare.
E così, anche mentre sopraggiunge, finalmente, un sonno inquieto, questa povera stanza – livida e in penombra come un sepolcro, disfatta da troppe albe, scossa da troppe angosce, schifata da troppi cosiddetti orgasmi – già aspetta la prossima notte.
   
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Vecchio
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simply_myself
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molto molto particolare.. bravo!
   
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